Gli hacker LulzSec contro la polizia dell'Arizona
Gli hacker del gruppo LulzSec colpiscono ancora: questa volta sono stati divulgati dati sulla polizia di frontiera dell'Arizona. E non finisce qui.
Gli hacker LulzSec continuano a seminare il panico in rete: a cadere sotto gli attacchi del gruppo questa volta è stata la polizia di frontiera dell'Arizona, stato americano sul confine messicano.
Dopo Sony, Nintendo e molti altri siti, anche istituzionali, i pirati sono riusciti a bucare le difese del dipartimento di sicurezza dell'Arizona. La differenze rispetto alle azioni precedenti è che i dati trafugati - nomi, indirizzi, documenti confidenziali degli agenti e altro - sono stati messi online.
Fin ora, infatti, gli attacchi erano stati più che altro di tipo denial-of-service, anche se LulzSec ha messo le mani su alcuni database. Quest'ultima azione, all'interno di una più vasta manovra detta "Antisec" (anti-security), mostra che il gruppo fa sul serio.
In particolare la decisione di mettere online i dati rubati sarebbe stata presa perché gli hacker non sono d'accordo con la legge SB107, legge che dà un enorme potere alla polizia di frontiera americana. Per mostrare i risultati di questa norma, infatti, LulzSec ha diffuso e-mail dei poliziotti in cui si leggono commenti razzisti e descrizione di violenze.
Insomma, la faccenda è seria.
Da un lato l'autorità sta iniziando a classificare come "terrorismo" queste azioni da parte degli hacker. C'è da dire, tuttavia, che i documenti diffusi mettono in serio imbarazzo la polizia di frontiera statunitense.
Nella rivendicazione dell'attacco si legge: "Ogni settimana abbiamo in programma di rilasciare documenti classificati e più i imbarazzanti dati personali delle forze militari e di diritto in uno sforzo non solo per rivelare la loro natura razzista e corrotta, ma di sabotare deliberatamente i loro sforzi per terrorizzare la comunità combattendo una guerra alla droga ingiusta".
Insomma se i movimenti di piazza non riescono a cambiare le cose, LulzSec e Anonymous pensano di trasferire le proteste sul web. Ed è una strategia che, fin ora, ha pagato.































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